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Trieste – Caso suicidio Alina: Sap “Piena fiducia nella magistratura, ma… chi tutela i difensori?”

febbraio 13th, 2018 | by redazione
Trieste – Caso suicidio Alina: Sap “Piena fiducia nella magistratura, ma… chi tutela i difensori?”
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Lorenzo Tamaro, segretario provinciale Sap

Lorenzo Tamaro, segretario provinciale Sap

Trieste – Vittime o carnefici? Il ruolo dei poliziotti coinvolti nelle tragedie di suicidi in carcere rappresenta un terreno di sabbie mobili in cui spesso le forze dell’ordine  rischiano di cadere. Una linea sottile di demarcazione separa infatti l’autorità e la responsabilità di chi ha il dovere di far rispettare regole e chi si trova a subire le conseguenze di un arresto, di un fermo o di una detenzione. Un linea intorno cui è facile cadere nella strumentalizzazione. E’ il caso della tragedia del suicidio all’interno del Commissariato di Opicina di Alina Bonar Diaciuk scarcerata, in attesa dell’espulsione intorno al quale il Sindacato Autonomo di Polizia, Sap  attraverso le parole del suo segretario provinciale Lorenzo Tamaro ha preso una posizione precisa. “Permane un’assoluta fiducia nei confronti della Magistratura, ma anche nell’operato dei colleghi coinvolti nella vicenda – spiega Tamaro – L’azione quotidiana di tutela della sicurezza pubblica è sempre stata, e continua ad esserlo, priva di elementi discriminatori. Anche questa volta la prassi adottata  è la medesima attuata da molti anni e ben conosciuta da tutti gli addetti ai lavori e prima di allora mai messa in discussione, neanche dalla stessa Magistratura”. Il caso è quello di Alina Bonar Baciuk, trentadue anni, ucraina che nell’aprile del 2012 si è suicidata in una camera di sicurezza del commissariato di Opicina con un cordino della felpa. Secondo la Procura la donna sarebbe stata trattenuta irregolarmente nella struttura così come accaduto negli anni precedenti a ben altri 174 stranieri detenuti illegalmente nelle celle dei commissariati. Per il caso di Alina, trasformatosi in tragedia, il Palazzo di giustizia ha chiesto la condanna a 20 anni e nove mesi di carcere per sette agenti e funzionari dell’ufficio immigrazione. “L’operato dei colleghi è avvenuto con il solo scopo di adempiere ai propri doveri in campo – riprende Tamaro –  quello dell’immigrazione, dove le normative sono complesse, in alcuni casi lacunose, dove la prevista espulsione e l’effettivo rimpatrio è spesso impossibile da attuare. – aggiunge –  le richieste di condanna nei confronti dei colleghi coinvolti ci lasciano alquanto perplessi, ma la fiducia nel sistema e nella Magistratura in particolare, ci fa auspicare in una sentenza illuminata che possa oggettivamente ricondurre la vicenda e le posizioni dei colleghi coinvolti,  ad un verdetto di completa assoluzione”.

                                                                                                                                                                                                        FEDERICA BOSCO

 

 

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