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Milano – Essere “sbirri” nella terra di nessuno

giugno 13th, 2018 | by redazione
Milano – Essere “sbirri” nella terra di nessuno
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Milano – “Ci chiamano sbirri in termine dispregiativo, ma essere dalla parte della giustizia è una grande responsabilità che ci siamo assunti e che ogni giorno ci porta a fare il nostro lavoro anche in condizioni difficili.” Chi parla è un giovane agente che solo qualche mese fa è stato ferito con un coltello per aver chiesto i documenti ad un uomo che si aggirava con aria sospetta nella stazione Centrale di Milano. Lo incontro poco distante dal luogo della colluttazione e nonostante siano passati diversi mesi dall’accaduto e lui sia rientrato in servizio, ripercorrere i momenti salienti di quella giornata lo turba ancora. “Ero appena entrato in servizio – racconta – stavo percorrendo i corridoi della stazione come tutti i giorni siamo soliti fare, tra i passeggeri che frettolosamente si dirigono ai treni. Tra i tanti volti ne ho incrociato uno, incapucciato sotto una felpa di qualche taglia più grande, passo veloce sguardo sfuggente e soprattutto attenzione verso una donna che si stava dirigendo ai treni. In pochi secondi, ho realizzato che quella donna era in pericolo e così mi sono staccato dalla pattuglia e mi sono diretto verso l’uomo, seguendolo da lontano. Prima che potesse agire, sono intervenuto chiedendogli di fermarsi e di mostrarmi i documenti. Un attimo, uno sguardo e l’uomo ha estratto un coltello a serramanico dalla tasca della felpa e mi ha colpito con violenza al braccio destro. Immediatamente sono arretrato, senza rendermi conto di essere ferito”. Una frazione di secondo che avrebbe potuto essere fatale, invece la forza della vita  ha avuto il sopravvento e l’agente, con i colleghi, è riuscito ad immobilizzare l’uomo. “Il primo istinto è stato di estrarre la pistola e sparare, ma la presenza dei passanti e il timore di colpire degli innocenti mi ha fatto desistere. -ricorda l’agente –  Ho cercato perciò di immobilizzarlo, sapendo di rischiare la vita. In quegli attimi ero come anestetizzato, solo dopo aver preso atto che l’uomo era stato arrestato, il dolore ha avuto il sopravvento e sono stato medicato al braccio, che nel frattempo sanguinava copiosamente”. Ricoverato con prognosi di 60 giorni l’agente è rientrato poi nel posto di lavoro non senza qualche difficoltà, mentre l’uomo fermato, di origini tunisine,  nato e cresciuto in Italia, è stato condannato per tentato omicidio e si trova oggi a San Vittore.  “Il sospetto che sia radicalizzato è molto alto, anche nell’aspetto ricorda gli uomini dell’Isis e il dubbio che la sua presenza non fosse casuale, ma legata ad un possibile attacco terroristico è fondata.  Il timore esiste e la paura si fa viva soprattutto sulla piazza antistante la stazione. Lì è terra di nessuno, spesso scoppiano tafferugli e scontri tra bande rivali e per le forze dell’ordine è difficile gestire la situazione. Mancano uomini e soprattutto non ci sono certezze delle pene. La maggior parte sono immigrati senza permesso di soggiorno che collezionano espulsioni come francobolli, ma restano comunque in Italia, a meno che non vengano accompagnati nel paese d’origine”. Una soluzione che poche volte viene attuata. “Con il nuovo governo le cose possono finalmente cambiare, i primi segnali sembrano confortanti”. Chi, non ha proprio digerito il termine “sbirro” è stato Stefano Paoloni, segretario del Sindacato Autonomo di Polizia (Sap), che ha scritto una lettera di proteste indirizzata a Gino Strada in cui ribadisce: “Noi siamo orgogliosi di essere sbirri e la brava gente è orgogliosa di noi, perché svolgiamo il nostro lavoro con rischio, dedizione, umanità, ogni giorno per garantire una convivenza civile a tutti i cittadini nel rispetto della legge e dei valori democratici e soprattutto, senza guardare al colore politico del Governo in carica, né il colore della pelle di chi stiamo aiutando”.

FEDERICA BOSCO 

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